un racconto

SALE! SALE! SOPRA LA FISSA DELLE MAVARE! (ovvero “Celestina nella società dei consumi e il suo toro Colostro”)

C’era una volta, in un paesello sperduto tra i monti, che a visitarlo ci si domanda come abbia fatto la vita ad abbarbicarsi tra quelle pietraie, una bella mugnaia.

La giovane, di nome Celestina, al mattino si recava al mulino per riempire la tramoggia, alla sera “ripigliava” le vacche dal pascolo. Le bestie, con la “secchia” piena, affrontavano con quotidiana rassegnazione la salita tutta pietre che le conduceva alla stalla, ogni tanto scivolando rumorosamente all’indietro.

Celestina le colpiva con la frasca e, a ogni scivolone, a denti stretti ripeteva:” te possin’ammazzà!” esacerbando un già infame destino.

La mungitura era compito suo: sullo sgabello, con la veste arrotolata sulle cosce larghe si accaniva a tirare i capezzoli della vacca, fissando il secchio come per trovarci la risposta alle sue azioni.

“Celestina latteffarina” per i ragazzini, per le compaesane “mavara”, dal modo torvo di guardare e dall’abitudine di mormorare, al cospetto degli altri, frasi incomprensibili.

Età vent’anni o poco più, ma nei paesi il tempo non passa e Celestina esisteva da sempre, come pure quell’odore inconfondibile che si annunciava avvicinandosi alla sua casa. Dove abitava da sola: nessuna traccia di altre presenze. E alla domanda se avesse avuto una madre o un padre rispondeva un secco no. No a tutto: alla corte di un ragazzo, all’invito reiterato del parroco a recarsi in chiesa, all’invito delle compaesane a uscire di sera, a qualsiasi frase avesse tono di domanda.

Poteva permetterselo: il mulino era suo e le vacche pure; non faceva la serva a nessuno, semmai era il paese ad aver bisogno di farina e di latte.
.Ecco però che un giorno il sole, fatti due passi, non trovò più né la macina né la mugnaia, ma un bianco mulino con Antonio Banderas.

Secondo capitolo

la Banca Celeste Aida

– ‘Sto telefono di merda è un’altra cosa da defenestrare! solo rotture e basta!. Intanto fammi telefonare a quel coglione della banca che faceva il gentile. –
– pronto, il dott Crepapelle? una sua collaboratrice stamane mi ha fatto ricredere sulla bontà di certe scelte, avanzando negative insinuazioni sulla mia condizione economica oltre a dirmi che non ho pagato due rate del mutuo che invece ho pagato e con tanto di ricevuta e ( alzando gradualmente il tono della voce) come se non bastasse mi paventa già il crif!!! –
– Signora Celestini, stia tranquilla, intanto chiami la sua banca, che è da lì che vengono pagate le rate, poi mi richiami! –
– pronto, dott Carnemolla, stamane bla bla bla e poi bla bla sbla, lei come se lo spiega?-
– Noi abbiamo seguito il regolare iter, comunicato l’avvenuto pagamento, è impossibile che non risulti, richiami quella banca e dica di controllare bene! –
– Pronto, dott Crepabla bla, la mia banca la prega di eseguire accurati controlli, la cifra è stata prelevata dal mio conto e la rata come al solito è stata pagata il giorno tot e tot! Deve risultare necessariamente anche a voi! –
Insomma per farla breve Crepapelle quel giorno era assente, il pagamento è stato registrato da qualche scansafatiche con due giorni di ritardo e a Carnemolla non resta che comunicare con rammarico l’iscrizione al crif della Signora e la prassi da seguire per il cancellamento, – cosa – si premura di premettere – non facile e non senza conseguenze!! –
Fuori di sè la signora Celestini comincia a dar calci ai muri per la rabbia e la disperazione.
– Muuuuuuuuuuuhhhhhh!!!!! – Colostro, il toro, soffre quando la sua compagna è adirata. Certo, la ama assai, non fosse stato per lei l’avrebbero macellato dopo 20 giorni dalla nascita, un bel toro da monta come lui! E invece, dalla data dell’esproprio del mulino e del terreno, convivono alla pari scambiandosi istinti e sentimenti. Lui per i suoi bisogni ha una bella turca, fatta sistemare con gusto accanto al bagno di Lestina. Chi? Lestina Celestini.
Terzo capitolo

sotto la volta celeste ci pensa l’ A.S.U.C.O

Tutti a dire – saranno lentine, saranno lentine –
– Lentine cosa? –
Gli occhi celesti di Colostro! Da quando bisogna sbattere da un ufficio all’altro, in quei posti dove viene protetto il consumatore, Lestina se lo deve portare e non ci sono santi, e in più gli deve mettere uno slip da pugile, di quelli con la conchiglia, che tenga il batacchio ben racchiuso agli occhi delle fanciulle in fiore.
Ma ogni volta, tornati a casa…
– Colò, siamo nella merda! non ci fanno più prestiti, nemmeno per un frullatore! –
Senonché lassù qualcuno li ama e, tramite la portaborse del generoso Pappalardo, direttore dell’asuco, alias associazione umanitaria consumatori, Lestina ottiene un appuntamento che parrebbe avere tutti i connotati per un esito favorevole. E senza pagare niente; la portaborse pone come conditio sine qua non – ovviamente segretissima, da non far risultare nel dossier , pena la cestinazione del caso – qualche… prestazione di Colostro.
Apriti cielo! – Non se ne parla! La signora Celestini non vuole pagare questo prezzo, e inoltre la Rodilosso, la portaborse per intenderci, le sta terribilmente sul c. per come le diventano minuscoli gli occhi quando incontra quelli celesti di Colostro.
Per farla breve, dopo giorni e notti di riflessione, Colostro partorisce un’idea sensazionale: all’incontro parteciperà anche Lestina.

Quarto capitolo

Due settimane di tormento prima che la necessità di evitare l’irreparabile convinca Lestina ad affrontare la prova.
– Però mi raccomando – va ripetendo più a se stessa che a Colostro – che sia una sveltina, un battere di ciglia e…tutto fatto!-
Fattostà che ci troviamo di fronte al portoncino della Rodilosso, Lestina bianca come una pezza, Colostro che cerca di nascondere il nervosismo con colpetti di tosse. Non si decidono a suonare il campanello ma la megèra, che non aspetta altro, apre lei stessa e
– che meraviglia! che spettacolo! entrate, entrate! – ma lo dice guardando lui, anzi mangiandolo con gli occhi. Lestina, muta, lancia un’occhiata intorno: luci rossastre soffuse, divani languidi come gente svenuta ,cuscinoni flosci e lucidi che inghiottono angoliere con gli oggetti più strani, tendaggi spessi a coprire qualsiasi luce che non sia artificiale…
– Accomodatevi dove più di piace, versatevi un goccio di quello che preferite, scegliete se vi va anche la musica mentre mi metto in ordine – la Rodilisso che nulla ha trascurato per saturare l’atmosfera si allontana camminando all’indietro e ansimando.
– Che odore strano! – dice Lestina arricciando il naso; Colostro invece apre al massimo le narici – erba, weed! di quella buona, sono un intenditore io! –
– Erbaccia! – ribatte Lestina, non è roba per te, attento che ti faccio pentire d’essere nato, devi rifiutare tutto, tutto! capito?
– Una fiutatina soltanto…- ma ecco che si apre una porta e Signoriddio!!!! la Rodilosso nuda con la sola mutanda rosso scarlatto…lentamente si avvicina a mo’ di Sunset boulevard… se la scende piano fino ai ginocchi, quindi piegando lateralmente la gamba la sfila del tutto e l’avvicina alle narici di Colostro…
– che puzza! – grida Lestina – non se l’è cambiata dallo scorso Capodanno! che schifo!!! ma Colostro…

Quinto capitolo
Così finisce la storia di Celestina, a meno che non facciate ricorso al TAR.
Ma Colostro, alla vista del rosso, diviene il concentrato-simbolo di tutti i tori uccisi nei mattatoi, straziati dai toreri… muta fulmineo il colore dei suoi occhi, luccicano le sue corna come le armi degli eroi: una furia inaudita si scatena nell’alcova del disonore, ruota a vortice la Rodilosso da un corno all’altro, va a spiaccicarsi da una parete all’altra, facendo invidia alla Morte rossa, in una pioggia di sangue, amuleti, brandelli di tende e piume e cuscini. Lestina da un angolo tifa per Colostro e gli mette pepe al culo coi suoi slogan! Ah, Lady Celestina e il crollo della casa Rodilhascher!
I rumori assordanti richiamano gente dal vicinato: Colostro fa strage, preda del furore sacro. In men che non si dica polizia pompieri crocerossa giornalisti squadre speciali cani addestrati televisioni formano una ragnatela nella quale i nostri eroi vengono storditi da fumogeni e gas associati. Al risveglio Celestina si ritrova in una cella di massima sicurezza, chiama Colostro, ma Colostro non c’è, chiama chiama urla lo invoca, ottiene un TSO che la annienta. Dio che tristezza! perché creasti gli uomini!
Forse Colostro se la caverà, grazie a quei rompicoglioni degli animalisti, ma Celestina resterà in galera per concorso in strage ed omicidio preterintenzionale.
Al suo paese quando ne sentono parlare dicono – sale! sale sopra la fissa delle mavare! – Così va il mondo.

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e poi che hai fatto?
ti sei dato alla classica?
mi hai voltato la montagna
delle spalle e il resto
tutto cielo arrampicato fino
all’ultima goccia di buio qui
dentro il binomio buoni cattivi
a scegliere lenticchie nella zuppa dei pensieri
malvagio puro tra le pieghe dell’addome
a cercarti l’odore

e la viuzza di sassi smossi
fa invidia alla spiaggia
vomitata di piedi e di tramonti
io che rifuggo le strade
battute a segni e che trascrivo
a mente la pausa del pensiero
sentore di respiri

perché coi suoi contrasti
scarnificava i muri delle case
toglieva pure l’anima alle cose
checché dicesse non era fatto per i piani morbidi
o per i doni disinteressati
fa buchi
tutto quanto piove dall’alto

c’è sempre la tavola apparecchiata per quando vieni
la botte gonfia del miglior vino i piatti col bordo d’oro
sulla tovaglia che ricamai dalle suore
e non sapere di che parlare se non sciogliendo le briglie aglii occhi
insolenti come fossero bocche

con l’aglio nelle tasche
le mani alle mura
asettico tu
come uno sguardo negato
come le spalle al passato
di me che adesso emano
per vocazione monatta
odore di vestale in filamenti

si riacutizza un amore l’aria si fa nevralgica
ti cerco l’odore tra i rigagnoli del cuscino
lampeggiano lontananze del nulla
portoni dove appoggiarsi per non cadere
nell’urto con una tua parola scritta

tra te e me

colmerei quella distanza con un corpo a corpo
corpi che danno cibo all’universo
combatti con me! soffiami l’indifferenza tra le labbra
dimostrami che sono finita mentre assorbo ogni goccia del tuo acido amare!

con me
non tirare dai cassetti
grembiuli e tovaglie
se non per asciugarmi
tra le gambe
vivo tra una valle
e una convalle
quella resina che ho dentro
è dei pini dell’infanzia
del maturo frutto di adesso
ho etichette da supermercato
dove non compro
ma rubo
se l’odore è buono

eccolo il grano bianco la neve di maggio
il diafano sentire dopo la notte
gli odori caduti dal letto così evidenti per chi ci crede
le impronte tattili dei nostri piedi ungulati